Il conflitto israelo-palestinese non è iniziato nel 1948. È stato consegnato al 1948 già confezionato. Chi capisce questo, capisce tutto il resto. La narrativa che i grandi media occidentali continuano a riproporre colloca l'origine della tragedia palestinese nella guerra arabo-israeliana del maggio 1948: gli eserciti arabi attaccano il neonato Stato di Israele, i palestinesi fuggono nel caos, la Nakba è una conseguenza infelice ma non pianificata di un conflitto imposto dall'esterno. Questa versione è comoda, è rassicurante, e soprattutto è falsa — o almeno, è profondamente incompleta. Perché la domanda che nessun telegiornale europeo si pone mai è questa: se la guerra inizia il 15 maggio 1948, come mai la pulizia etnica era già in corso da mesi prima?

Il Piano che precede la guerra

La pulizia etnica della Palestina ebbe inizio nei primi giorni di dicembre 1947 con una serie di attacchi ai quartieri e ai villaggi palestinesi, tanto violenti da causare l'esodo di circa 75.000 persone. Gli eserciti arabi non erano ancora entrati in campo. Il Mandato britannico era ancora formalmente in vigore. Eppure i villaggi palestinesi venivano già svuotati. Il documento che avrebbe sistematizzato questa operazione è il Piano Dalet, approvato nel marzo 1948. Nel 1948, i leader israeliani guidati da David Ben-Gurion concepirono e attuarono questo piano. Sviluppato nel marzo 1948 dai vertici dell'Haganah, il precursore delle IDF, fu ufficialmente concepito come una strategia difensiva contro i previsti attacchi arabi. Tuttavia, come hanno dimostrato storici come Ilan Pappé e Benny Morris, il suo vero scopo era l'espulsione sistematica della popolazione palestinese per creare uno stato ebraico monoetnico. Pochi giorni dopo la messa a punto del Piano D, esso fu distribuito ai comandanti delle dodici brigate incorporate nell'Haganà. L'elenco che ogni comandante ricevette comprendeva una descrizione dettagliata dei villaggi di sua competenza e la loro sorte: occupazione, distruzione ed espulsione. Il risultato fu devastante. In 13 operazioni di pulizia etnica previste dal piano Dalet, 121.000 miliziani sionisti ben armati e organizzati schiacciarono circa 1.600 palestinesi più 2.800 volontari arabi male armati, disorganizzati e ostacolati dai profughi palestinesi in fuga, occupando una grande parte del territorio attribuito dall'ONU ai palestinesi. Ma il Piano Dalet non nacque dal nulla nel marzo 1948. Era la sintesi di una strategia elaborata nel corso di decenni. Il Piano D è la sintesi di tre piani di pulizia etnica precedenti: il piano A, denominato anche "Piano Elimelech", che nel 1937 aveva stabilito le linee generali per impadronirsi della Palestina in caso di ritiro britannico; il piano B, ideato nel 1946; e il piano C, che preparava le forze militari ebraiche per le campagne offensive successive al ritiro degli inglesi.

Le radici: il Mandato Britannico come incubatrice del conflitto

Per capire il 1948 bisogna tornare al 1917, alla Dichiarazione Balfour, e poi al periodo del Mandato Britannico — quegli anni tra il 1920 e il 1947 che la narrativa mainstream tende a trattare come un semplice "preludio" al conflitto vero, quando invece ne sono il cuore. Nel novembre 1917, in una sola frase di sessantasette parole, la Gran Bretagna aveva già dichiarato la sua intenzione di trasformare la Palestina in un "focolare nazionale" per il 10% del suo popolo e per il resto degli ebrei del mondo. Il restante 90% della popolazione — quella araba — veniva definita semplicemente in base a ciò che non era. Sotto il mandato britannico l'immigrazione ebraica nella zona subì un'accelerazione, mentre l'Agenzia ebraica operò alacremente per l'acquisto di terreni. Il risultato fu quello di portare la popolazione ebraica in Palestina dalle 83.000 unità del 1915 alle 175.138 del 1931, fino alle 360.000 unità della fine degli anni Trenta. Questa trasformazione demografica non fu indolore. Nel 1931, gli acquisti di terra da parte dei sionisti avevano comportato l'espulsione di circa ventimila famiglie contadine dalle loro terre. Nel giro di pochi anni, la percentuale di agricoltori palestinesi senza terra raggiunse il 30 per cento. Inoltre, il 75-80 per cento dei proprietari disponeva di appezzamenti insufficienti per la sopravvivenza.

La Commissione Peel: quando il "trasferimento" divenne ufficiale

Il momento in cui il pensiero del trasferimento demografico smette di essere un'idea nei diari privati e diventa un documento ufficiale è il 1937. L'ipotesi di una spartizione della Palestina storica tra ebrei e palestinesi fu accolta per la prima volta in un documento ufficiale nel luglio del 1937, quando la Commissione Peel — istituita dal Governo inglese un anno prima per indagare le cause della rivolta araba — indicò come soluzione del difficile problema la divisione tra le due comunità presenti nel territorio palestinese. Ma la parte più rivelatrice del rapporto Peel è quella meno citata. Nella relazione presentata dalla Commissione Peel, la spartizione del territorio andava di pari passo con il progetto di trasferimento di popolazioni da una zona all'altra. Il rapporto finale della Commissione suggeriva il ricollocamento di parte della popolazione, in modo da creare due nazioni etnicamente omogenee. Questo avrebbe comportato il trasferimento di 225.000 arabi dall'area assegnata agli ebrei. Come reagì Ben-Gurion a questa proposta? Con entusiasmo. Alcuni leader ebrei sostenevano che il territorio offerto era insufficiente, ma David Ben-Gurion vide la proposta come un trampolino di lancio verso l'eventuale controllo sull'intera Palestina. Fu particolarmente incoraggiato dall'approvazione della Commissione del trasferimento di popolazione forzata, che credeva avrebbe spianato la strada a uno stato "veramente ebreo". E nel 1938, Ben-Gurion fu ancora più esplicito. Nel 1938 David Ben-Gurion disse: «La mia soluzione alla questione degli arabi nello stato ebraico è il loro trasferimento negli altri paesi arabi». Questo non è un segreto: è una citazione documentata, riportata da storici e biografi.

I Nuovi Storici: quando gli archivi israeliani parlano

La svolta storiografica arriva negli anni Ottanta, quando Israele desecreta parte dei propri archivi militari. Storici israeliani come Benny Morris, Ilan Pappé e Avi Shlaim — i cosiddetti "Nuovi Storici" — cominciano a lavorare su quei documenti e le loro conclusioni smontano la versione ufficiale. Il punto non è dimostrare che singoli leader sionisti avevano tali opinioni, ma che l'alta dirigenza del movimento sionista considerava unanimemente la pulizia etnica della Palestina un obiettivo e una priorità. Iniziative come il Comitato per il Trasferimento e il Piano Dalet, inizialmente formulato nel 1944, dimostrano inoltre che il movimento sionista lo pianificava attivamente. Il fatto che la Nakba sia stata il prodotto di un preciso disegno è ulteriormente comprovato dai termini di riferimento del Comitato per il Trasferimento. Questi comprendevano non solo proposte per l'espulsione dei palestinesi, ma anche misure attive per impedire il loro ritorno, distruggere le loro case e i loro villaggi, espropriare le loro proprietà e reinsediare quei territori con immigrati ebrei. Va detto che persino tra i Nuovi Storici esistono differenze interpretative. A differenza di Pappé, Morris sostiene che il Piano Dalet non sia un piano politico pre-ordinato di pulizia etnica, ma un piano militare nato dalla necessità bellica. Secondo Morris, l'espulsione è vista come una necessità tattica per non lasciare cecchini o basi nemiche alle spalle dell'esercito avanzante. Eppure anche Morris, pur con questa lettura più "militare", riconosce l'entità e la sistematicità di quanto accaduto.

Il diritto al ritorno: la promessa che non esiste

Durante il conflitto del 1948, più di 700.000 arabi palestinesi abbandonarono città e villaggi o ne furono espulsi, e successivamente si videro rifiutare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre, sia durante sia al termine del conflitto. L'11 dicembre 1948, l'Assemblea Generale dell'ONU adottò la Risoluzione n. 194, il cui paragrafo 11 conferma, in modo chiaro, il diritto dei profughi palestinesi di ritornare alle loro residenze nei paesi dai quali erano stati allontanati durante la guerra. Quella risoluzione non è mai stata applicata. Israele detiene il record mondiale di risoluzioni ONU non rispettate: in totale, il Consiglio di Sicurezza ha emanato circa 73 risoluzioni che condannano specificamente l'operato israeliano e ne chiedono la correzione. Nessuna è stata mai pienamente applicata. Il meccanismo di questa impunità è noto: il meccanismo che permette questa sistematica violazione del diritto internazionale è il diritto di veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza. Dal 1972, gli USA hanno posto il veto su decine di risoluzioni che condannavano Israele, garantendo di fatto l'impunità alle violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Una Nakba che non finisce

I metodi sono cambiati: se nel 1948 si usava l'espulsione fisica diretta tramite il Piano Dalet, oggi si utilizzano metodi più "molecolari": espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania, demolizioni di case a Gerusalemme Est, restrizioni di movimento e, nel caso di Gaza, operazioni militari su vasta scala che rendono il territorio inabitabile. A questo proposito, Ilan Pappé parla non soltanto di pulizia etnica, ma anche di "genocidio incrementale". I rifugiati palestinesi e i loro discendenti registrati dall'UNRWA erano 5.149.742 nel 2015, distribuiti in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. Sono la seconda generazione, la terza, la quarta. Nati in esilio, cresciuti in esilio, con il diritto al ritorno riconosciuto dall'ONU e negato nella pratica da decenni.

Spostare il punto di origine del conflitto non è un esercizio accademico. È un atto politico. Perché se la Nakba fu pianificata — se il Piano Dalet era pronto prima che iniziasse la guerra, se il concetto di "transfer" demografico era nei verbali ufficiali sionisti già negli anni Trenta, se la Commissione Peel nel 1937 aveva già disegnato la mappa di uno svuotamento — allora la domanda non è "chi ha iniziato la guerra del 1948?" ma "chi ha costruito le condizioni perché quella guerra fosse l'occasione giusta?" La risposta è scomoda per molti governi occidentali, che per decenni hanno sostenuto la narrativa della guerra imposta, della difesa necessaria, del rifugio per i perseguitati. Quella narrativa non è completamente falsa — il contesto dell'Olocausto è reale, la persecuzione degli ebrei europei è reale — ma è incompleta in modo deliberato. Perché una cosa è trovare rifugio, un'altra è pianificare lo svuotamento di chi già vive dove tu vuoi insediarsi. La storia della Palestina non inizia nel 1948. E finché si continuerà a raccontarla da lì, si continuerà a non capire nulla di quello che accade oggi.

Fonti utilizzate - Ilan Pappé, *La pulizia etnica della Palestina*, Fazi Editore, 2008 - Benny Morris, *1948: A History of the First Arab-Israeli War*, Yale University Press, 2008 - Walid Khalidi, storico palestinese, analisi del Piano Dalet (anni '60) - Commissione Peel (Palestine Royal Commission), rapporto ufficiale, luglio 1937 — disponibile sul sito dell'ONU - Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale ONU, 11 dicembre 1948 - Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale ONU, 29 novembre 1947 - Diari di David Ben-Gurion, citati in Ari Shavit, *My Promised Land*, Spiegel & Grau, 2013 - Le Monde Diplomatique — Edizione Persiana, maggio 2026 - UNRWA, dati sui rifugiati palestinesi registrati, 2015 - Assopace